La mattina che ci ha ricordato perché andiamo in moto
Fratellanza, curve ed un paio di birre: cronaca di un sabato qualsiasi che sa di eternità.
Andare in moto da soli è meditazione. Andare in moto con gli amici è famiglia. Il sabato mattina scorso è stata una di quelle mattinate che ti ripagano di tutta la settimana in ufficio, di ogni pacco da scaricare, di ogni impegno da sbrigare, di ogni rospo da ingoiare.
8:30 — Il silenzio prima del rombo
Il gruppo si è già svegliato da un po'...
Renato: “Caffè al distributore tra mezz'ora?”
Carmelo: “Una doccia, mi preparo e vi raggiungo”
Simone: “Ok... Chi arriva prima aspetta! Sto partendo!”
Appuntamento al solito bar nello spiazzale del distributore sulla provinciale. Nessuno lo dice, ma è un rito. Caschi sulle moto, che sono bene in vista, caffè e bicchiere d'acqua e il primo “buongiorno” detto col rumore della frizione che stacca. Non servono lunghi discorsi, si decide solo il percorso.
9:30— Il linguaggio segreto della strada
Partiamo in 3 (numero perfetto!). Tre naked, una XSR 700 Yamaha, una Honda Hornet, una GSR Suzuki (la mia): una bella rappresentanza nipponica parcheggiata nel piazzale del distributore.
Nessun disamore per le moto italiche, ma la consapevolezza, rimarcata nei numerosi discorsi, della loro inarrivabilità in termini di costi di acquisto e di gestione: non ci serve la moto da fighi o da pista (considerato anche i pericoli che ci sono per le strade).
L'importante per noi, alla fine, è avere un mezzo affidabile e sempre pronto!
La regola è una sola: nessuno resta indietro.
La fratellanza in moto è difficile da spiegare. È in queste cose piccole:
le due dita alzate o il lampeggio quando incroci un altro centauro (anche se guida uno scooter!);
la mano che ti segnala la buca due curve prima, perché chi sta davanti protegge chi sta dietro;
il passo che si adatta a chi per un motivo o per un altro resta un po' indietro, senza farlo pesare mai;
la sosta imprevista perché uno ha visto un panorama e ha rallentato. E tutti rallentano.
E si va su per la strada che da Cosenza porta a Potame: la temperatura comincia a scendere un pochino man mano che aumenta l'altitudine.
Apriamo le visiere e il fresco ci accarezza le guance, ci fa sentire vivi. Davvero vivi. In fila indiana disegniamo traiettorie che solo noi capiamo. Il rumore delle moto rimbalza lungo la strada e per un po' il mondo è solo quello.
Si arriva in cima al passo e poi si decide di scendere verso Lago. La temperatura è perfetta, la strada liscia come un biliardo, il traffico quasi inesistente.
Si scende in un turbinio di curve e brevi rettilinei. Io sono davanti ed apro le danze. Si comincia letteralmente a "danzare" tra le curve, come in una giostra, con passo spedito, con moto piegate, ma sempre rigorosamente nella nostra corsia e senza minimamente azzardaci a tagliare le curve.
Si seguono le curve: quello è proprio il bello!
La strada che scende verso il mare è bellissima, ma risalire è ancora meglio! Ed è proprio quello che facciamo: al bivio per Amantea invertiamo il senso di marcia e risaliamo verso il passo: ricomincia la danza.
Ancora più fluida... ancora più serrata. Tornanti, controcurve, brevi ed intensi rettilinei.
E di nuovo ci ritroviamo in cima al passo. A questo punto decidiamo di fermarci.
Ci fermiamo in un piccolo bar lungo la strada.
Non ne ricordo il nome, o se ce l’ha non lo sappiamo. Per noi diventa un po' il nostro rifugio. Le moto sono parcheggiate a semicerchio, come i cavalli al saloon.
E proprio in questo posto nel quale decidiamo di fare sosta comincia la "magia": la cosa che ti colpisce subito è che la zona non ha campo per i cellulari!
E mi viene subito in mente la scena iniziale di Easy Rider: il protagonista Peter Fonda, prima di partire con la sua Harley "Captain America", si toglie l'orologio dal polso e lo butta via.
Un gesto pieno di significati!
Un gesto che sa di rifiuto del tempo sociale: perchè l'orologio rappresenta gli orari, le scadenze, il lavoro d'ufficio e la routine della società borghese e capitalista e gettarlo significa liberarsi dalle catene del tempo imposto dagli altri.
Un gesto che sa di vera libertà: si cerca la libertà assoluta. Senza un orologio, il tempo non è più misurato in ore e minuti, ma scorre solo in base al sorgere del sole e ai chilometri percorsi.
Un gesto che sottolinea solo l'importanza del viaggio e che quello che conta è solo il presente.
Tute slacciate, guanti sul serbatoio, e si parla. Si parla davanti ad una buona birra fresca: di lavoro, di figli, della piega venuta male, della voglia della moto nuova che non si vuole comprare, ma che alla fine non si "può" semplicemente comprare, di passioni, di aspettative, di sogni. Nessun filtro. La strada ti toglie la corazza.
Può fermarsi il tipo con l'R1 o con l'Harley e ci scambi due chiacchere come se ti conoscessi da una vita!
La fratellanza è questo: non importa chi sei o che moto hai.
Si riscopre la vera condivisione, si crea il rispetto.
Poi infine si rientra!
Si riparte sapendo che è l’ultimo tratto. Ognuno prende la sua deviazione verso casa, ma lo facciamo insieme fino allo svincolo. Prima di salutarci, motore acceso, caschi in testa, ci guardiamo.
Basta solo un colpo di clacson. Significa “a posto così”, “grazie”, “ci vediamo alla prossima”. Non serve altro.
Perché la moto fa fratelli, non solo amici!
Si condivide un po' di rischio: quando apri il gas sai che ti fidi di chi hai davanti e chi hai dietro si fida di te. È un patto non scritto.
Forse sei solo più vulnerabile: in moto sei esposto! Al meteo, all’asfalto, ai tuoi limiti. E quando sei vulnerabile, sei semplicemente più vero.
Vivi il tempo con qualità: 3 ore in moto valgono 3 giorni al pub. Non puoi guardare il telefono. Puoi solo esserci.
Celebri dei riti: il bar, il percorso, il saluto. I riti in pratica creano appartenenza e l'appartenenza crea fratellanza.
Non serve fare 1000 km o andare a Capo Nord. Basta una mattina. Basta avere la scusa giusta per svegliarsi di buon'ora la mattina. Basta guardarsi negli occhi attraverso la visiera e sapere che se succede qualcosa, non sei solo.
La prossima volta che qualcuno ti chiede “ma perché vai in moto?”, portalo a fare un giro con i tuoi amici. Poi, quando si ferma al bar, guardalo mentre ride con gente che fino a 2 ore prima non conosceva.
Avrà capito tutto.
E tu, qual è stata la tua ultima mattina da fratelli? Raccontacela nei commenti o tagga la tua crew 👇



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